Sabato, 10 Settembre 2016 15:03

CNN riesuma il caso Rapelay

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Cari lettori, quest'oggi vogliamo proporvi un argomento tanto spinoso quanto mai attuale che invoca, ancora una volta, un po' di buon senso ed attenzione e che non mancherà di farvi riflettere. Stiamo parlando, quasi scontatamente per chi ha seguito con attenzione le ultime vicende del panorama giapponese, del caso RapeLay.

Andiamo con ordine; recentemente la reporter sud coreana Kyung Lah, impiegata della CNN nel settore della stampa internazionale come inviata speciale per il Giappone, ha approfittato del gran polverone mediatico sollevato dalla tanto discussa proposta di legge contro le rappresentazioni visive considerate come pedo-pornografiche per riesumare un vecchio scheletro nell'armadio della cultura popolare giapponese, gettando nuova benzina su un grande focolare ormai spento da tempo.

Ci stiamo riferendo all'eroge più aborrito di tutti i tempi: RapeLay, un videogioco per adulti che deve la sua grande fama a livello mondiale non tanto per i suoi aspetti prettamente videoludici quanto piuttosto al grande scalpore suscitato diversi anni fa per via dei suoi contenuti ritenuti aberranti dai media occidentali. Volendo sintetizzare, lo scopo di tale gioco consiste nell'impersonare un perfido ragazzo nell'attuare il suo piano diabolico di vendetta nei confronti di una povera ragazza che prevederà non solo il suo stupro ma anche il ripercuotersi delle violenze carnali sul resto della sua famiglia, tra cui come hanno sottolineato più volte i media la sorellina minorenne. Uscito nel lontano 2006 solamente nel Sol Levante, ha poi incominciato ad essere diffuso illegalmente su internet anche al di fuori del Giappone, grazie ad hacker professionisti ed a vere e proprie comunità di subber che hanno provveduto alla sua traduzione in più lingue europee.

Inutile scrivere altri dettagli o fare ulteriore pubblicità a questo titolo che non merita di continuare a ricevere nuova visibilità in territorio occidentale, cosa che invece gli ha permesso un recente articolo pubblicato in prima pagina sul portale telematico della CNN. Ribadiamo infatti che RapeLay aveva già destato scandalo in precedenza, in particolare lo scorso anno dove numerose testate giornalistiche si erano interessate al caso, tra le quali molti nostri media nazionali. Insomma, riportare oggi a galla una simile notizia, ormai vecchia, appare come una vile mossa da parte della CNN di attirare polemiche gratuite su quella che è una questione molto delicata.

Di fatto Kyung Lah, tirando in ballo anche il bizzarro matrimonio tra un videogiocatore ed un personaggio virtuale di un videogioco, sembra accusare la società nipponica e la sua cultura perversa del prosperare di queste produzioni. Tuttavia, al contrario da quanto si evince dall'articolo, il governo giapponese sta prendendo ampiamente in considerazione la problematica come dimostrato anche recentemente dal tanto discusso tentativo di censurare rappresentazioni ecchi raffiguranti minorenni. Non sarà un'impresa affatto facile per i politici giapponesi visto che prendere provvedimenti in questa direzione se fatto in maniera approssimativa può portare ad un danno considerevole alla loro cultura e di conseguenza anche limitare la libera espressione di molti artisti; in quest'ultima categoria troviamo coinvolto il mangaka Nogami Takeshi che agli esordi aveva debuttato proprio con opere hentai.

Sentendosi punto sul vivo dall'articolo della reporter sudcoreana ha voluto dire la sua con una missiva a lei indirizzata nella quale ha voluto manifestare il suo totale dissenso sulle infamie proferite verso la cultura del suo paese, affermando che dall'articolo ne conseguono implicazioni unicamente in grado di fomentare la paura, i pregiudizi e incomprensioni verso l'intero genere che in nessun modo può essere rappresentato da un caso singolare come quello preso in considerazione. Insistendo sul fatto che il Giappone è uno dei paesi più pacifici del mondo e che reati sia di natura generale che a sfondo sessuale sono in percentuale molto più bassi di altri paesi, ha anche citato alcuni versetti biblici invitando gli Stati Uniti qualora davvero si sentissero senza macchie e senza peccati a scagliare loro la prima pietra.

Esaminando l'articolo proposto alla nostra attenzione, possiamo senza ombra di dubbio stabilire che le affermazioni di Kyung Lah, seppur trovando fondamento, non hanno alcuna ragione di esistere al di fuori del territorio nipponico.
Riflettiamo ora assieme su una serie di punti, mettendo da parte per un attimo le nostre certezze culturali in quanto europei o statunitensi, e poniamoci una serie di domande che devono necessariamente trovare risposta prima di condannare aspramente questo gioco ed il mondo della pornografia giapponese (hentai e non) in generale.

Per prima cosa, avrebbe veramente senso bannare il titolo in questione, basandosi sul fatto che è un gioco di matrice nipponica che propone contenuti violenti ed inappropriati per i minori, andando a dipingere le donne come meri oggetti sessuali?

La nostra cultura occidentale ci direbbe senza alcun dubbio di si. Ma la cultura giapponese è completamente diversa; un gap incolmabile tra due nazioni diversissime non rende possibile un confronto alla pari, semplicemente perchè ciò che noi potremmo considerare ingiusto o vergognoso, per un'altra cultura potrebbe essere ritenuto accettabile, se non addirittura nella norma.
Partendo dal presupposto che nessuno dovrebbe avere il diritto di imporre le proprie visioni culturali su un'altra nazione, è importante affermare che le leggi repressive anti pedo-pornografia al vaglio in giappone sono da considerarsi dovute a pressioni esterne e non a proteste interne.

Questo è un ulteriore sintomo della differenza culturale tra Occidente e Giappone, che ha creato nel tempo una sua forma di espressione sessuale unica e difficilmente applicabile in contesti estranei al territorio per il quale è stata concepita. Altresì, è doveroso segnalare due importantissimi fattori: il gioco non è mai uscito dal territorio giapponese in forma legale, dunque il suo utilizzo è ristretto ai residenti nel territorio nipponico. Anche qualora fosse uscito dai confini giapponesi in forma legale, tuttavia, l'ESRB (Entertainment Software Rating Board) avrebbe decretato un voto specifico per delimitarne l'acquisto ai soli adulti. Questi due fattori vanno, per così dire, "a braccetto" con un altro punto fondamentale che noi occidentali fatichiamo ad accettare: i videogiochi sono un media come il cinema, la televisione, i giornali ed internet. Pertanto, sarebbe doveroso, visti anche gli enormi progressi tecnologici degli ultimi anni, accettare il fatto che i videogiochi non sono solamente per bambini.

Pare una cosa banale da dire, ma molte persone ancora oggi ritengono che i videogiochi siano specificamente per bambini e che opporsi all'eliminazione o censura di giochi dal contenuto ritenuto osceno o inappropriato equivalga a dare carta bianca ai minorenni su qualsiasi prodotto che il mercato ha da offrire. Tutto ciò è ovviamente falso. Esistono videogiochi per soli adulti, per bambini e per ragazzi prossimi alla maggiore età, tutti classificati e regolati da precisi meccanismi che impediscono loro di venire distribuiti alle fasce ritenute non idonee alla visione dei propri contenuti.

Dunque, alla luce dei ragionamenti sopra riportati, cosa possiamo affermare?
Ben lungi dal promuovere un gioco che propone contenuti estremi come l'abuso di ragazze minorenni, vogliamo però soffermarci su un fatto inequivocabile che ci sentiamo di difendere: la libertà consapevole di scelta, che è alla base dell'essere umano propriamente detto. Non ci appare giusto condannare un'intera nazione, bollandola come un "paese di sessisti e pervertiti repressi", basandosi su dei concetti e fondamenti occidentali che vedono il sesso e l'amore in maniera totalmente diversa, ed altresì non ci appare onesto ripescare dal cilindro una storia vecchia di anni ed anni che ha già fatto il suo scalpore all'epoca.

E’ giusto lasciare che il mondo sia informato sull'esistenza di un simile gioco da tutti i media e che venga condannato a priori sentendolo come un problema di natura internazionale? E’ giusto che il giornalismo aggressivo e pungente di una giornalista sudcoreana con tendenze di estremismo antigiapponese venga impiegata come reporter sul territorio nipponico da una rete americana?

Sentitevi liberi di dire la vostra e di esprimervi sulla questione, come sempre, nel rispetto del vivere civile.

Letto 617 volte Ultima modifica il Sabato, 10 Settembre 2016 15:17
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Amministratore di ArtHub. Sono un appassionato dell'intrattenimento moderno, tanto che la considero arte. Un po' pazzo e un po' serio, possiedo anche la passione per la scrittura e studio per diventare giornalista.

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